Maus, due racconti in uno

Nella storia della cultura umana esistono sovente degli Intoccabili. Uomini o opere che per il loro valore e il loro contributo alla Storia sono innalzati al rango di semi divinità. Più citati che realmente letti (o ascoltati), li si riconosce per la referenza con cui l’essere umano medio, si accinge ad affrontarli. Li troviamo nella politica (Pertini o Berlinguer), nello sport (Bartali o Nuvolari), nella musica (De Andrè o i Beatles) e nella letteratura (Dante o Shakespeare).
Persino il mondo della Nona Arte non è esente da tutto questo e tra i fumetti più consacrati di tutti i tempi troviamo Maus di Art Spiegelman, uno dei racconti più intensi e reali sul dramma della Shoah.

Art Spiegelman nasce nel 1948 a Stoccolma, in Svezia, da Vladek e Anja due ebrei polacchi sopravvissuti ai campi nazisti di concentramento e di sterminio. Cresciuto in aperto contrasto con il padre, diventa autore di fumetti perché quest’ultimo lo riteneva un’inutile perdita di tempo. Nel 1980 con la moglie Françoise Mouly fonda “Raw” una rivista antologica di fumetti che contribuì al passaggio dagli underground comics degli anni ’60-’70 al genere alternative comics degli anni ’80.
A proposito dell’underground, così commenta Spiegelman: «Quella che sembrava una rivoluzione si è semplicemente sgonfiata in uno stile di vita abitudinario. I fumetti underground si sono stereotipati in quanto si occupavano solo di sesso, droga e brividi a buon mercato. Appena le cose cominciarono a peggiorare, sono stati rimessi nell’armadio, insieme ai bong e alle perline».
Negli anni Ottanta gli autori decidono dunque di dare una scossa sia al mercato mainstream dei supereroi che a quello underground. Vennero fondate nuove e moderne riviste che si occupavano di fumetto alternativo (spesso definito anche indipendente o post-underground). Tra di esse spiccavano “Weirdo” di Robert Crumb e “Raw” di Spiegelman, sulle cui pagine passò il meglio del fumetto americano ed europeo, tra cui Charles Burns, Lorenzo Mattotti, José Muñoz, Jacques Tardi e Chris Ware.
Sulle pagine di Raw cominciò nei primi anni Ottanta la serializzazione di Maus, la cui prima parte fu poi raccolta in volume nel 1986. La seconda uscì invece nel 1991. In Italia le due parti arrivano rispettivamente nel 1989 e nel 1992, edite entrambe da Milano Libri.

Maus racconta le terribili e avventurose peripezie vissute dal padre Vladek Spiegelman nell’arco della sua giovinezza: dalla vita agiata nella Polonia degli anni Trenta fino alla vita nella Germania liberata e il successivo lungo viaggio per tornare nella terra natia e poter finalmente riabbracciare la moglie. Nel mezzo, la seconda guerra mondiale: un mare di conoscenze ed esperienze, di nascondigli e di espedienti, di catture e di minacce di morte, di stratagemmi, paure, illusioni e fiducie tradite. Le lunghe giornate vissute sui treni merce in 500 per vagone o le ore a spaccarsi la schiena nei campi di concentramento sono narrate con dovizia di particolari. Così come gli struggenti e gli sfuggevoli incontri con la moglie deportata: lui ad Auschwitz, lei a Birkenau. Entrambi potranno infine riabbracciarsi a Sosnowiec, nella Polonia meridionale, là dove tutto è cominciato.
Contemporaneamente agli avvenimenti narrati e vissuti durante la Guerra, si svolge la vita presente dell’autore, un artista di mezza età, che vive con la moglie negli Stati Uniti, e che si trova a dover instaurare un rapporto di mutuo aiuto con l’anziano padre malato.
Se da un lato l’obiettivo di Art – autore e attore del libro – è quello di redigere una memorialistica intima e familiare sull’esperienza in guerra, dall’altra troviamo Vladek, reduce dalla persecuzione nazista, diabetico, malato di cuore, risposato con Mala, una donna che mal sopporta e con sulle spalle il peso del suicidio della prima moglie, la madre di Art. Vladek ha bisogno di un aiuto, sia fisico per i lavori domestici di ristrutturazione e manutenzione, che psicologico dovendo convivere con una donna di cui ogni azione è per lui motivo di disturbo, discussione e depressione, e a cui ogni volta intima di andarsene e di non tornare.
Il Vladek anziano è infatti un personaggio altamente instabile, soprattutto da un punto di vista fisico e comportamentale. Più volte nel corso delle pagine subisce infatti crisi respiratorie e di cuore, che solo l’ossigeno o le sue pillole possono fermare. Vladek anziano risulta estremamente insopportabile per chi gli vive accanto: non solo Art e Françoise o la sua nuova moglie, ma anche i cassieri del supermercato o i vicini di casa, giusto per fare qualche esempio. Di animo tirchio e avaro (lo stesso autore riderà di questa stereotipizzazione estremamente razziale), si deve la sua trasformazione caratteriale alle vicissitudini della guerra – dove pezzi di pane, di rame o di cuoio potevano valere una fortuna – anche se già prima manifestava stranezze e difficoltà nelle relazioni, tanto che la stessa Mala si chiede come ha fatto la prima moglie Anja a sopportarlo così tanto.

Art Spiegelman ha lavorato a Maus per oltre dieci anni, rielaborando più volte la sceneggiatura e compiendo svariati viaggi in Europa per documentarsi. Il fulcro del racconto è il complesso rapporto padre-figlio instauratosi a seguito del rigido carattere paterno. Il racconto del genitore e la sua figura ingombrante nella vita di Art, hanno fatto sì che egli sviluppasse un profondo coinvolgimento interiore nella vicenda. Ma come trasmettere ai lettori la complessità di questo rapporto?
Il tutto si svolge poi sul palcoscenico della più grande tragedia della storia contemporanea, e la sua narrazione storica e umana era imprescindibile.
Per rendere evidente il complesso processo di creazione della narrazione, Art Spiegelman rende Maus un’opera metafumettistica, dotata dunque della consapevolezza di essere un fumetto.
All’interno del libro, Art è un personaggio che deve scrivere un libro. Lo stesso che ora il lettore sta leggendo. Troviamo le sue difficoltà nello scrivere, il suo senso di inadeguatezza e il suo sentirsi sopraffatto da una storia più grande di lui.
L’arco narrativo della seconda guerra mondiale diventa un lungo flashback raccontato dal padre, intermezzato dalla vita presente di Art e Vladek. Maus si basa interamente sul continuo alternarsi tra presente e passato, tra giovinezza e anzianità, tra orrore e quotidianità.
Emblematico in questo senso è il discorso sul linguaggio originale e sulla traduzione in italiano.
Nella versione originale americana infatti, Vladek (ebreo polacco sopravvissuto in Germania ed emigrato negli Stati Uniti) racconta la sua storia personale esprimendosi in un inglese che ricalca le strutture sintattiche del polacco e che allo stesso tempo è colorito da elementi che appartengono alla lingua Yiddish parlata dagli ebrei dell’Europa orientale. Per questo motivo, il suo linguaggio è così sicuro nei flashback ambientati nella terra natia, mentre invece diventa incerto e frammentario nella narrazione al presente in terra straniera.
In Italia non esiste un linguaggio parallelo alla parlata ebraico-newyorchese, perciò nell’operare la traduzione si sono analizzate – attraverso le conversazioni – le strutture grammaticali e sintattiche delle lingue slave in territorio italiano. Alcuni termini più simbolici sono stati lasciati inalterati nella forma e nella grafia, per fornire una connotazione culturale al testo. Notiamo ad esempio l’uso di meshugga’, gefilte fish o bagel, che rispettivamente si traducono con matto, sformato di carpa e ciambella di pane dolce e che invece sono stati lasciati nella lingua originale.
In Maus il testo e il racconto occupano una posizione privilegiata nella comprensione della narrazione, perciò parte della bellezza dell’opera risiede proprio nel linguaggio arduo e sgrammaticato di Vladek, che riesce a trasmettere al lettore l’essenza del personaggio e la gamma di emozioni che scaturiscono dalle sue parole.

Il fattore più sconcertante durante la lettura di Maus resta perà l’antropomorfizzazione degli animali protagonisti o meglio, l’animalizzazione degli uomini. Art Spiegelman usa infatti l’arma della semplificazione cartoonesca per narrare l’inenarrabile; utilizza un registro semplice e familiare per far crollare le difese razionali del lettore e avvicinarsi a lui raccontandogli l’orrore

«Mickey Mouse è il più miserevole ideale mai esistito… I sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e a ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo, il peggiore portatore di malattie del regno animale, non può essere il tipo ideale di animale… Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!»

Tratto da un articolo di giornale, Pomerania, Germania, a metà degli anni Trenta

Prendendo spunto dal linguaggio nazista (lo stesso Hitler, nel Mein Kampf, definisce gli ebrei come ratti e dichiara il popolo tedesco quale nemico naturale di questa infestazione), Spiegelman ricostruisce la sua opera a partire dal divario lessicale tra significato e significante, e tingendo di musi, baffi e code ogni singola tavola. Nell’oramai famosissima scelta stilistica dell’autore, gli ebrei divengono dunque topi (maus in tedesco), i tedeschi gatti, gli americani cani, i polacchi maiali e i francesi rane, in un’eterna metafora letteraria che fa compagnia a La fattoria degli animali o alla Batracomiomachia.
La metafora dell’ebreo-topo ha anche ricevuto il plauso di artisti come Moni Ovadia che in un’intervista Rai spiega: «Il topo è visto come essere minaccioso. Il topo è quello che scatena nell’uomo la voglia di annientamento: il topo spaventa, terrorizza, è portatore di strane malattie e di affezioni. Così i nazisti vedevano gli ebrei. Li vedevano come un virus, una piaga, come qualcosa da cancellare: bisognava disinfestare l’Europa dagli ebrei. Quando ammazzavano tutti gli ebrei dicevano che il territorio era Judenrein, pulito, puro dagli ebrei».

Studioso di notevole cultura grafica ed artistica, Art Spiegelman è un autentico maestro nel creare un linguaggio capace di mischiare le influenze delle più diverse aree artistiche, senza per questo perdere personalità. Spiegelman definisce le sue produzioni “co-mix”: una mistura sapientemente amalgamata dei più disparati mezzi di espressione, letterari e figurativi, che vanno dalla pittura al romanzo, dall’articolo di giornale al cartellone pubblicitario. La costruzione di Maus è appunto caratterizzata dal gusto per la mescolanza dei generi e la contaminazione degli stili. L’artista si muove con grande libertà nell’era della multimedialità e dei mezzi di comunicazione, recuperando materiale preesistente, rielaborandolo e cercando di creare qualcosa di nuovo attraverso la fusione di stili diversi e la manipolazione di codici differenti: su tutti, la parola e il disegno.
Proverbiali sono a questo proposito le parole di Rodolphe Töppfer, uno dei padri del fumetto, che rendendosi conto di aver utilizzato un linguaggio nuovo, così scrive nella prefazione della sua Histoire de Monsieur Jabot del 1837: «Questo piccolo libro è di natura mista. È composto da una serie di disegni autografati. Ciascuno dei disegni è accompagnato da una o due righe di testo. I disegni, senza il testo, non avrebbero che un significato oscuro; il testo, senza i disegni, non significa nulla. Nel complesso il tutto forma una sorta di romanzo tanto più originale che non somiglia neanche più a un romanzo ma ad altro».
Art Spiegelman è un giovane autore indipendente che viene dal mondo dell’underground ma vuole elevarsi e portare la sua ricerca stilistica ed espressiva ad un livello ulteriore. Fondando la rivista «Raw» inaugura un filone fumettistico di ricerca quasi elitaria, che parte dal segno popolare e lo trascende, raccontando anche grazie al sapiente utilizzo della linea e dei bianchi neri.
Il tratto di Spiegelman, che per il tempo che racconta e per la rappresentazione del soggettivo nella realtà che lo circonda può richiamarsi all’Espressionismo tedesco, è un segno oscuro e graffiante che traccia sulla carta un’atmosfera tormentata e spesso confusa. Senza la distrazione del colore, i bianchi e neri sono usati sapientemente, portando nel disegno la sporcizia (con i retini) e la luce della libertà (con una buona dose di bianco) in contrasto con il nero dei campi di concentramento e della guerra. Ogni vignetta e ogni tavola sono costruite armonicamente tra di loro con una perfetta articolazione e integrazione tra flusso narrativo e layout di impaginazione, grazie a un’artrologia spaziotopica che può rendere fiero Thierry Groensteen e il suo “sistema fumetto”.

In Maus Art Spiegelman racconta sé stesso; racconta le difficoltà nello scrivere la storia dello sterminio della sua famiglia, le conseguenze delle atrocità vissute, le nevrosi, le ansie e le paure dell’autore nel trovarsi inadatto di fronte a una storia tanto forte.
In questa maniacale ricerca della verità storica e di quella personale, dai racconti del padre e dai diari della madre, Art Spiegelman rivela il suo lato egoista, attento solamente alla cura e alla scrittura del libro e spesso trascurando le difficoltà quotidiane del padre.
Il loro è un rapporto complicato, sviluppatosi a seguito della sopravvivenza del padre, del suicidio nel 1968 della madre e dell’assassinio del fratello maggiore, che Art non conobbe mai, ma che pesò come un fardello sull’intera sua giovinezza, in quanto sempre portato a confronto con la foto del fratello appesa in camera dei genitori.
La stessa indole spesso egoista, ma in realtà carica d’amore fraterno per il prossimo nella medesima difficoltà, viene più volte dimostrata anche da Vladek durante la prigionia nazista. Sebbene mai negasse un pezzo di pane, formaggio o cioccolata, spesso lo faceva per un tornaconto personale, e solo per concludere un affare per lui vantaggioso.
Data la terribile situazione in cui si trovò a vivere, non gliene si può certo fare una colpa. Lo stesso Primo Levi nella sua metafora dei Sommersi e dei Salvati si domanda retoricamente: «Come ho potuto sopravvivere ad Auschwitz? Il mio principio è: per prima, per seconda e per terza cosa vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; poi tutti gli altri».
Maus non cerca nella sua narrazione una facile emotività o la commozione del lettore attraverso frasi stucchevoli, retoriche o strappalacrime. Lo stesso Vladek non tradisce quasi mai le emozioni durante il suo racconto e le espressioni dei topi sono spesso immutabili e statiche, tradite solo dalle sopracciglia o dalla posizione delle orecchie. Spiegelman decide addirittura di eliminare la bocca e di rendere il più possibile uguali le varie figure, per rendere al meglio la massa indistinta di non-uomini racchiusi nei campi.
Questo consente a Maus di colpire il lettore con una ricca documentazione storico-geografica e con la narrazione della disumana quotidianità del singolo e della massa collettiva. Maus è il racconto di una storia in cui un pezzo di cioccolata è un tesoro da difendere e vale più di un gioiello. Maus è un gioiello. Maus, ancor più di molti film sulla Shoah, è memoria, è racconto generazionale. È capacità di dire tanto a tanti con poco. Con semplicità.
Maus è l’incisione su carta della perpetua memoria di ciò che è stato, e che ancora oggi riverbera sul presente.