La Pasqua di Andrea Pazienza

In questa Pasqua 2019 un’infinito silenzio vo comparando, e mi sovvien l’eterno… L’eterno tema della crocefissione, a cui il grande Andrea Pazienza ci ha abituato!

Presentando a fondo pagina una carrellata (assolutamente parziale) di immagini e disegni di crocefissioni by Pazienza, ho deciso di fermarmi approfonditamente su di una in particolare, che ci coglie subito di sorpresa per l’inedita posizione di profilo.

Non avendo parole migliori da usare (e avendo già sprecato Leopardi nell’intro), non mi resta che affidarmi alla saggia analisi critica dello studioso Puca Jeronimo Rojas Beccaglia, di cui si possono leggere tante analisi nelle prefazioni e postfazioni dell’opera magna Tutto Pazienza, edita dal Gruppo L’Espresso nel 2016.

Nella realizzazione di quest’opera, Pazienza si confronta con uno fra i soggetti iconografici più importanti della storia dell’arte, La Crocifissione di Cristo, tema in cui si sono cimentati tutti i grandi artisti del passato. Il diciassettenne artista si mette alla prova in un terreno molto difficile, colmo di storia. Nella fattispecie la poetica di Pazienza tende ad una personale interpretazione di temi della tradizione artistica.
Fin da una prima occhiata ci accorgiamo che il soggetto iconografico è per molti aspetti attualizzato, il Figlio di Dio è raffigurato secondo un punto di vista “inedito” e la scena è ridotta all’essenziale. Lo strettissimo taglio laterale della rappresentazione è molto ardito e d’ispirazione fotografica. Su di uno sfondo candido e bianco si staglia il profilo del Cristo (primo piano) e la mano sinistra (primissimo piano) che sembra venirci incontro. In questo modo vengono evidenziati gli strumenti della tortura: la fune, il chiodo e la corona di spine. Della sigla I(esus). N(azarenus). R(ex). I(udeorum) riusciamo a scorgere solo la “I” di Iesus. Non c’è nient’altro. Non c’è traccia della croce, non c’è nessuno che piange, nessuno che sorveglia, non ci sono ladroni né riferimenti geografici al monte Golgota. Del complesso passaggio del nuovo testamento, scena culmine della passione di Cristo, Pazienza ci regala un’interpretazione nuova, priva di qualsiasi retorica cattolica. Un ritratto stretto dell’umana sofferenza del Messia risolta figurativamente nella sintesi estrema della mano sinistra inchiodata e della smorfia di dolore nel volto sofferente e sanguinante. Mancando qualsiasi riferimento storico-geografico, il cristo è collocato in una dimensione atemporale, priva d’implicazioni o accidenti contestuali. Una dimensione che può essere interpretata come quella astratta degli ideali, o quella dell’inconscio. In questo modo l’immagine in questione si fa emblema e monito al contempo, diventa allegoria della sofferenza e della redenzione conseguente (il fondo bianco oltre il supplizio), immagine simbolica di un valore che ci appartiene come un merito e come una colpa. 
Tendente al “cloissonisme ” e alla cartellonistica politica, eseguita interamente a pennarello e secondo una prospettiva vertiginosa quanto atipica, quest’opera ci testimonia il felice incontro fra una sensibilità contemporanea (quella dell’artista) e i valori etico-spirituali che ci giungono dalla storia anche attraverso affreschi e tele.
La storia dell’arte fornisce il pretesto per una elaborazione dell’iconografia e del contenuto etico-spirituale che la crocifissione del Redentore rappresenta. Entrambi gli aspetti sono risolti in termini originali quanto rispettosi dell’oggetto in questione. L’iconografia, fattasi essenziale e sintetica, secondo un’ottica che segue i dettami di un ingrandimento di tipo fotografico, permette di sottolineare la componente umana del Salvatore, sofferente per il dolore inflittogli dai suoi simili. 
Come per darci una chiave di lettura dell’opera, Pazienza sembra omettere tutto ciò che distoglierebbe l’attenzione dal fatto nudo e crudo, a partire dall’abile espediente con cui ci ha impedito di leggere N.(azarenus) R.(ex) I.(udeorum). Hanno crocifisso un uomo di nome Gesù, un innocente, poco importa che sia stato o non sia stato un re o a quale stirpe appartenesse. Hanno crocifisso un uomo, un grande uomo di nome Gesù il cui insegnamento, la cui storia merita di essere recuperata e attualizzata perché nel mondo si continua ad infliggere torture e violenze e continuamente si piangono cristi crocefissi.
Fra le poche opere in cui il giovane artista cerca la sintesi più che l’enfasi della rappresentazione, fra le poche in cui non cerca la fioritura del segno grafico, in cui non gioca allo spreco delle risorse, fra i pochi quadri che non sono il frutto di mille suggestioni diverse, l’opera in oggetto è comunque caratteristica della poetica di Pazienza ed esemplificazione riuscita di “crocifissione postmoderna”. Anche in altre sue opere troviamo la crocifissione del Cristo, ma in questi casi il soggetto è solo un particolare fra gli altri. 
La crocifissione per un artista postmoderno è un tema fra i tanti, un valore fra i tanti, non essendoci più il dovere di accontentare le esigenze della committenza, Pazienza recupera il soggetto sacro secondo rotte individuali elaborandone il valore estetico, morale e spirituale in base alla propria sensibilità/mentalità, il tutto in uno stile pittorico-compositivo complice del proprio tempo. Dopo decenni di “fede” nella scienza, di materialismo e razionalità, in epoca postmoderna la dimensione spirituale dell’esistenza torna ad essere un’esigenza di molti, una esperienza da ricondurre alla sfera personale che può essere vissuta senza il peso del dogma, interpretando le immagini religiose (in questo caso della cristianità) secondo suggestioni soggettive.

Puca Jeronimo Rojas Beccaglia
  • da "Frizzer" - settembre 1985, n. 6

2 Risposte a “La Pasqua di Andrea Pazienza”

    1. Grazie Peppe, detto da te il complimento vale doppio!
      Continua a seguire il sito, la pagina facebook e l’instagram.. prometto tanti articoli succulenti 🙂

I commenti sono chiusi.